Nuovo Museo dell'Acropoli
Una passeggiata al nuovo Museo dell’Acropoli
Dionysiou Areopagitou Street
Atene
http://www.theacropolismuseum.gr
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Che c’entra la pietra grigia? Supermarket, supermarket, supermarket! Queste le impressioni di primo impatto. Già l’ingresso mi indispone; è tutto nero, scuro, lucido, non c’è nessuna definizione degli spazi e la luce è fioca e grigiastra. Ma pazienza, andiamo a vedere le opere.
Si sale su per uno scalone largo e lungo, dai gradini bassi, che fila dritto dritto tra due pareti di vetrine piene di reperti. Strano posto per esporre vasi e statuette: la scala è un luogo troppo di passaggio per permettere una oziosa o studiosa contemplazione, spinge ad andare oltre, andare a vedere cosa c’è al primo piano. Infatti le persone passano, salgono, scendono, spintonano; in tutto questo viavai è scomodo e sgradevole fermarsi, anche a volerlo, per guardare gli oggetti o leggere le didascalie. E c’è pochissima luce, la scala è al centro dell’edificio, la sola luce viene, sembra, dalle vetrine stesse e fa venire sonno. Le vetrine, con i commoventi resti di una civiltà (gli ex-voto, i pesi da telaio, le lucerne) diventano, in effetti, semplici ornamenti per i grigi muri tra cui la gente passa in fretta per correre altrove.
Toh, le Cariatidi. Anche per loro una collocazione di passaggio: sono esposte sul ballatoio del piano ammezzato, in un ribollire di gente che viene, lancia un fugace sguardo, e va altrove. Sembrano un gruppetto di spaventatissime fanciulle sbarcate dai pirati su un lido straniero e ostile.
Il primo piano sembra meglio, a prima vista. Numerose colonne ricordano vagamente l’interno di un tempio, come a Bassae: una foresta di colonne. Questo l’effetto desiderato, forse? E tuttavia, ben presto, non va, non va più. A guardare meglio c’è qualcosa di disarmonico: un errore tutto questo cemento grigio, il metallo bucherellato alle pareti. Il Moschophoros (statua di giovane sorridente che porta un vitellino sulle spalle), sullo sfondo di una parete in acciaio inox, semplicemente non va. Non vanno neppure bene le colonne di cemento grezzo assieme alle statue di marmo: qui non funziona. E neppure funziona l’effetto “stanzone”, in cui si affollano senza ordine, si affollano e si perdono, le bellissime sculture: colonne troppo alte, troppo numerose, spazio troppo grande e informe. Le povere statue, perdute in mezzo a ciò, sono soggiogate dalle industriali proporzioni dell’ambiente.
Sembra che abbiano spostato le collezioni del vecchio museo in un aeroporto, una mostra provvisoria di reperti archeologici messa lì per divertire i passeggeri in transito. E’ veramente, veramente brutto. Salvo qualche pezzo, piazzato per caso o per volontà in una posizione felice il resto mi appare un monumentale cazzotto in un occhio, un’offesa alle opere e al genio greco che le ha create.
Irrispettoso anche dei poveri guardiani; non sanno dove guardare, dovrebbero avere cento occhi come il gigante Argo (il gigante posto da Era a guardia di Io tramutata in giovenca, aveva occhi ovunque e non dormiva mai), in questo immenso spazio senza forma, senza muri, senza delimitazioni, in cui non c’è un cordone, un vetro, una barriera efficaci, per cui tutti possono girare attorno a tutte le opere, avvicinarsi da qualsiasi lato, fare pat pat sulla spalla di un Kouros o tirare la barba di un tritone arcaico.
Proseguo la visita. Sconcerto, perché per salire ci sono le scale mobili: la somiglianza con un centro commerciale si accentua. Ma che rimbombo, nello stanzone del primo piano! Si sente ancora di più quassù dal ballatoio, progettato, pare, per fare ammirare dall’alto la sala grande e le sculture. Sound amplificato di grupponi e gruppetti e coppiette e quartetti, turisti vocianti, le loro guide, i loro commenti, (sussurrati o urlati poco importa: questo sgraziato stanzone sembra studiato a tavolino per amplificare tutto).
Il caffé/ristorante “con vista sull’Acropoli” (poveretta) mi pare imbarazzante: solita cosa trita e ritrita, pseudo-trendy, tavolini neri, sedie nere, pavimento nero, in uno stanzone che nulla (non i menù design, non le scomodissime posate postmoderne, non i poveri camerieri agghindati come garçon de bistrot) proprio nulla riesce a non fare sembrare una mensa.
Il terzo ed ultimo piano mi tira millimetricamente su il morale. Mantenendo quanto già detto e ripetuto circa materiali, scale mobili e luce, sembra leggermente più azzeccata la cosiddetta galleria dei marmi del Partenone. L’idea della vetrata che guarda sull’Acropoli (veramente guarda a 360°, perciò anche su buona parte della sgraziata città di Atene) salva un po’ le cose, ma non è originale; c’era nel progetto Nicoletti, e chissà in quanti altri. I marmi sono disposti tutti in giro, ricostituendo la processione delle Panatenee. Ma, di nuovo, che sbaglio, questo sfondo grigiasto di cemento, l’altezza eccessiva, la vacuità ! Le forme e i rilievi delle placche ne vengono appiattiti, smussati, e si perdono in queste distese di verticale freddezza.
Forma dell’edificio, dimensioni interne ed esterne, materiali: è tutto grossolanamente sbagliato. Non si tratta di un involucro per le opere, uno scrigno neutrale e rispettoso, ma vuole deliberatamente essere una dichiarazione; poco importa che all’inteno vengano ospitati i marmi del Partenone, fosse l’agenzia delle tasse, sarebbe stato uguale. Anzi, probabilmente ci starebbe molto meglio: il contenuto in questo caso sarebbe in armonia col contenitore.
Abbiamo qui un’architettura brutale e fredda che soffoca la dolcezza delle opere e ne ottunde la presenza. Questo non è un museo per guardare, stupirsi, godere e ammirare (e magari studiare). Èun posto per flussi di gente, una catena di montaggio in cui far avanzare rapidamente le torme di visitatori tra i vari “highlight”, dove lo scopo è quello di vedere tutte le opere citate sulla checklist della guida cartacea o elettronica, per poi, soddisfatti di aver compiuto il proprio dovere (‘abbiamo “fatto” il Partenone, abbiamo “fatto” il museo dellAcropoli’), andare a riprendere l’aereo. Peccato: se ne sono visti, musei di nuova costruzione riusciti, e anche geniali, moderni riallestimenti (ai Musei Capitolini, per esempio). Cos’è successo, qui?
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